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Emanuele Morandi
Emanuele Morandi
La piazza dentro
Che cosa succede quando le parti di noi che non ascoltiamo scendono in piazza? Attraverso la metafora di un popolo interiore, l’articolo esplora rabbia, controllo e senso di colpa. Un invito a riconoscere i bisogni dietro le reazioni, assumersi la responsabilità dei propri gesti e ritrovare la possibilità di scegliere.

Dentro ognuno di noi c'è un popolo intero. E ogni tanto scende in piazza.

Il lato oscuro ce lo raccontiamo sempre uguale. Una spiaggia d'inverno, il mare color piombo, noi con le mani in tasca e un pensiero enorme sul senso della vita. Un po' tristi, un po' malinconici. E, diciamolo, anche un po' fighi.

Quella è una cartolina. Il lato oscuro vero non si fa fotografare. È la parte di noi meno perdonabile, quella meschina,gretta, piccola. Quella che, se qualcuno la vedesse per intero, ci farebbe venir voglia di sparire.

Qualche notte fa un amico me l'ha raccontata così. C'è un Diavolo con la giacca da vaquero e i nastrini che penzolano, nel cesso di una stazione degli autobus dell'inferno. Sta a gambe larghissime e piscia ringhiando su una mia foto delle medie.Io nella foto ho la faccia da tonto, i denti storti e la canottiera da figlio di impiegato. Il Diavolo sghignazza.

Ho riso. Poi ci ho pensato per giorni. Il mio amico aveva messo il dito nel posto giusto, sulle corde più nascoste della mia perversione, quelle intrise di strutto e bitume. E aveva scelto proprio quella foto.

Il ragazzino della foto

Allora partiamo da lì, dal ragazzino della foto.

Mettiamo che a scuola lo prendano di mira. Tutti i giorni, un po' alla volta. E mettiamo che dentro quel ragazzino, come dentro chiunque, non ci sia una persona sola ma un popolo intero, con le sue strade, i suoi palazzi, la sua gente. E una piazza.

Ogni popolo ha un governo. E ogni mattina quel ragazzino, senza saperlo, deve decidere chi mettere al governo. Ci mette la paura di essere picchiato? Ci mette il bisogno di essere accettato a tutti i costi, anche a costo di buttare via le cose che ama? Ci mette la rabbia verso suo padre? Oppure ci mette quella cosa piccola e testarda che gli permette di restare se stesso, anche se per restare in piedi ogni tanto deve adeguarsi agli altri?

Dipende. Dal giorno, da chi lo guarda, da quanto fa male.

Chi mettiamo al governo

Il governo, dentro di noi, non è né buono né cattivo. È rigidità, controllo, le regole che non si toccano. Ma è anche l'ordine che ci tiene insieme e ci impedisce di perderci del tutto. Senza, saremmo una piazza senza strade intorno.

Il punto non è se il governo sia giusto. Il punto è chi ci abbiamo messo sopra. La paura. Il bisogno di piacere. I nostri meriti, le nostre capacità. Quello che ci protegge e intanto non ci lascia esplorare niente. Lo scegliamo noi, anche quando crediamo di non scegliere. E dentro di noi succede esattamente come fuori: un popolo evolutivo va da una parte, uno rigido e reazionario dall'altra.

Intanto in strada c'è la gente per bene. Va al lavoro, saluta, non disturba. E proprio perché non disturba, nessuno la ascolta.Le sue richieste arrivano ai palazzi e finiscono nei cassetti, insieme a quelle degli anni prima. Le piccole rabbie si posano a terra come polvere, una sull'altra, per anni. Finché diventano un vuoto.

E un vuoto, prima o poi, scende in piazza.

La piazza

Chi scende in piazza è la parte di noi che il governo non ha voluto sentire. È l'inconscio che a un certo punto si alza e dice: ehi, guarda che noi siamo questo. Dobbiamo essere ascoltati. Non possiamo rinunciare a noi stessi.

E qui il governo ha davanti una scelta vecchia come il mondo. Può reprimere, anche nel sangue se serve. Può bloccare,sgomberare, far finta di niente. Oppure può ascoltare.

Le parti represse hanno un difetto: non spariscono. Restano chiuse, bloccate, inascoltate, e quando tornano fuori fanno male. Feriscono. Si esprimono come possono, per parossismi. È lì che volano le vetrine. È lì che qualcuno si stacca dal corteo, smette di chiedere e comincia ad arraffare quello che luccica.

Eccola, la perversione. La parola fa paura, e va bene così. Pervertire viene da pervertere, rovesciare, stravolgere: una cosa vitale che si gira dalla parte sbagliata e perde la strada. Il desiderio che diventa possesso. La fame di giustizia che diventa godimento per il dolore di qualcuno, e ci fa pure sentire dalla parte giusta. Pensa che perversione.

Ma attenzione a dove la cerchiamo. Non sta solo in chi spacca le vetrine. Sta anche nel governo che chiama ordine la propria sordità, e nella gente per bene che chiama bontà il proprio silenzio. Ognuno ha la sua. Dentro di noi una spinta va verso la vita e il costruire, un'altra verso il disfacimento e il putrido. E la seconda, lo sappiamo benissimo, ci attira.

La rabbia

E poi c'è la rabbia. Quest'anno la mia piazza è stata parecchio movimentata, e la cosa che mi ha stupito di più è il momento in cui arriva. Più apro il cuore, più tocco attimi di pace vera, più il ritorno al mondo mi tira fuori un'incazzatura cosmica. Verso me, verso gli altri, verso tutto. Nasce da un rendersi conto: la distanza tra chi senti di poter essere e chi riesci a essere davvero.

Aggredire viene da ad-gredi, andare verso. L'aggressività è energia con una direzione, ti serve per portare avanti quello che vuoi. La rabbia diventa una perversione dell'aggressività quando si perde: non va più verso niente, e colpisce tutto. Ti sembra forza, ma non è cazzimma, non è coraggio, non è nemmeno forza. È uno sbrodolamento emotivo dell'ego.

E quando ci sei dentro, non ti fermi. Questo i formatori, i guru e gli psicologi dell'ultima ora non te lo dicono. Ti spiegano come bisognerebbe comportarsi, ma quando stai già dicendo la cosa sbagliata a tuo figlio, quando hai già tirato un pugno alla porta di legno massello, lì puoi fare pochissimo. Respirare, cercare di ritrovarti. Chi ti promette di più, secondo me, ti sta vendendo qualcosa.

Dopo

Il lavoro vero comincia dopo. Quando la piazza si svuota e arrivano, a ondate, le camionette del senso di colpa. Che di solito occupano la piazza in tre modi: Ti annientano, e ti convincono che lo sbaglio sei tu, tutto intero. Ti inorgogliscono, e allora tieni il punto, duro, ferreo, e non ne esci più. Ti annebbiano, e non sai più cosa è successo davvero.

In tutti e tre i casi finisci chiuso dentro, tra rancore e mugugno.

Ma prima che arrivino c'è una finestra, piccolissima. Lì si può fare una cosa che sembra niente: tornare in piazza e raccogliere i cartelli in mezzo ai vetri. Perché anche la rabbia è un linguaggio, sguaiato e spesso ingiusto, ma un linguaggio. Cosa c'è dietro? Cosa mi stava chiedendo? Se guardi solo le vetrine, le richieste spariscono.

E poi chiedere scusa. Anche a tuo figlio. Ammettere l'errore, mostrarsi fragili. A volte mostrare la propria fragilità è proprio l'atto di forza che serve per uscire dall'impasse. Quello che è successo non si cancella: si recupera, con umiltà,ammettendo ciò che siamo.

Non è facile, perché c'è un orgoglio pericoloso che ci impedisce di dire ho sbagliato, come se sbagliare fosse la cosa più sbagliata del mondo. Sotto, credo, c'è la paura della morte. Ammettere un errore vuol dire cambiare, e ogni cambiamento è un po' morire. Per questo a volte, proprio quando siamo più fragili, attacchiamo: abbiamo paura di perdere noi stessi.Eppure la morte fa parte della vita.

Cazzo, ho sbagliato. Sono nel torto. Chiedo scusa.

Detto così sembra niente. È una rivoluzione.

La sfera

Quella notte, al Diavolo del mio amico, ho risposto con un'altra immagine. In mezzo a tutto il groviglio c'è una piccola sfera di luce, ferma, senza incrinature. Ogni tanto sprigiona un bianco effluvio, e per un istante tutto è chiaro, calmo,presente. Poi la luce cala, e i tentacoli tornano a contendersi brandelli d'anima. Ma la sfera resta lì. Indefessa.

Per un po' ho creduto che fosse lei la soluzione: tenerla accesa sempre. Adesso non ne sono più così sicuro. Non siamo fatti per stare nella luce, e anche la sfera è un mondo dentro il mondo, con il suo governo e le sue regole. Prima o poi va ribaltata anche lei. C'è sempre una piazza in più.

La presenza, allora, è un'altra cosa. È ascolto di sé. È quello che ti fa vedere chi hai messo al governo, e ti lascia scegliere di nuovo. Quello che ti fa dire: stai vivendo questo, vivitelo, anche la rabbia, anche la merda, fino in fondo. Poi basta, però.

Un popolo fatto di popoli

E questo popolo non vive su un'isola. Ognuno di noi è un popolo, e insieme siamo un popolo fatto di popoli. La rabbia che sento non nasce solo da me: mi attraversa perché sono dentro una collettività, e alla collettività ritorna. Niente di quello che vivo va sprecato, nemmeno la parte che mi fa schifo. Tutto ha un valore, qui e ora.

Di persone che si dicevano illuminate ne ho conosciute tante. Di risolte, nessuna. Non è il nostro compito, essere risolti. Il nostro compito è vivere. La felicità non ha un metodo: capita.

E il ragazzino della foto? Ogni mattina sceglie ancora chi mettere al governo. A volte sbaglia. A volte, la sera, qualcuno nei palazzi legge i cartelli.

Il Diavolo lo sa. E si diverte.

Dio pure.

Per chi vuole andare oltre

  • Ascanio Celestini, La Rivoluzione, dall'album Parole sante (2007): un popolo di disgraziati, ognuno a modo suo, e un capo della polizia che per la prima volta si sente fuori posto.

  • Dante Alighieri, Purgatorio, canto XVII: ogni vizio nasce dall'amore che sbaglia oggetto, oppure misura, troppo o troppo poco.

  • Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere (1920): la pulsione di vita e la pulsione di morte. Le mie due spinte, verso il costruire e verso il putrido, non sono le sue, ma ci risuonano.

  • La medusa cosmica, per l'idea che niente di quello che viviamo vada sprecato:www.zerolaviadelmatto.info/articoli/la-medusa-cosmica

Emanuele Morandi

Counselor · Educatore · Teatrante

Zero — La Via del Matto

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Articolo originale: https://www.zerolaviadelmatto.info/articoli/la-piazza-dentro

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La piazza dentro

Che cosa succede quando le parti di noi che non ascoltiamo scendono in piazza? Attraverso la metafora di un popolo interiore, l’articolo esplora rabbia, controllo e senso di colpa. Un invito a riconoscere i bisogni dietro le reazioni, assumersi la responsabilità dei propri gesti e ritrovare la possibilità di scegliere.

Dentro ognuno di noi c'è un popolo intero. E ogni tanto scende in piazza.

Il lato oscuro ce lo raccontiamo sempre uguale. Una spiaggia d'inverno, il mare color piombo, noi con le mani in tasca e un pensiero enorme sul senso della vita. Un po' tristi, un po' malinconici. E, diciamolo, anche un po' fighi.

Quella è una cartolina. Il lato oscuro vero non si fa fotografare. È la parte di noi meno perdonabile, quella meschina,gretta, piccola. Quella che, se qualcuno la vedesse per intero, ci farebbe venir voglia di sparire.

Qualche notte fa un amico me l'ha raccontata così. C'è un Diavolo con la giacca da vaquero e i nastrini che penzolano, nel cesso di una stazione degli autobus dell'inferno. Sta a gambe larghissime e piscia ringhiando su una mia foto delle medie.Io nella foto ho la faccia da tonto, i denti storti e la canottiera da figlio di impiegato. Il Diavolo sghignazza.

Ho riso. Poi ci ho pensato per giorni. Il mio amico aveva messo il dito nel posto giusto, sulle corde più nascoste della mia perversione, quelle intrise di strutto e bitume. E aveva scelto proprio quella foto.

Il ragazzino della foto

Allora partiamo da lì, dal ragazzino della foto.

Mettiamo che a scuola lo prendano di mira. Tutti i giorni, un po' alla volta. E mettiamo che dentro quel ragazzino, come dentro chiunque, non ci sia una persona sola ma un popolo intero, con le sue strade, i suoi palazzi, la sua gente. E una piazza.

Ogni popolo ha un governo. E ogni mattina quel ragazzino, senza saperlo, deve decidere chi mettere al governo. Ci mette la paura di essere picchiato? Ci mette il bisogno di essere accettato a tutti i costi, anche a costo di buttare via le cose che ama? Ci mette la rabbia verso suo padre? Oppure ci mette quella cosa piccola e testarda che gli permette di restare se stesso, anche se per restare in piedi ogni tanto deve adeguarsi agli altri?

Dipende. Dal giorno, da chi lo guarda, da quanto fa male.

Chi mettiamo al governo

Il governo, dentro di noi, non è né buono né cattivo. È rigidità, controllo, le regole che non si toccano. Ma è anche l'ordine che ci tiene insieme e ci impedisce di perderci del tutto. Senza, saremmo una piazza senza strade intorno.

Il punto non è se il governo sia giusto. Il punto è chi ci abbiamo messo sopra. La paura. Il bisogno di piacere. I nostri meriti, le nostre capacità. Quello che ci protegge e intanto non ci lascia esplorare niente. Lo scegliamo noi, anche quando crediamo di non scegliere. E dentro di noi succede esattamente come fuori: un popolo evolutivo va da una parte, uno rigido e reazionario dall'altra.

Intanto in strada c'è la gente per bene. Va al lavoro, saluta, non disturba. E proprio perché non disturba, nessuno la ascolta.Le sue richieste arrivano ai palazzi e finiscono nei cassetti, insieme a quelle degli anni prima. Le piccole rabbie si posano a terra come polvere, una sull'altra, per anni. Finché diventano un vuoto.

E un vuoto, prima o poi, scende in piazza.

La piazza

Chi scende in piazza è la parte di noi che il governo non ha voluto sentire. È l'inconscio che a un certo punto si alza e dice: ehi, guarda che noi siamo questo. Dobbiamo essere ascoltati. Non possiamo rinunciare a noi stessi.

E qui il governo ha davanti una scelta vecchia come il mondo. Può reprimere, anche nel sangue se serve. Può bloccare,sgomberare, far finta di niente. Oppure può ascoltare.

Le parti represse hanno un difetto: non spariscono. Restano chiuse, bloccate, inascoltate, e quando tornano fuori fanno male. Feriscono. Si esprimono come possono, per parossismi. È lì che volano le vetrine. È lì che qualcuno si stacca dal corteo, smette di chiedere e comincia ad arraffare quello che luccica.

Eccola, la perversione. La parola fa paura, e va bene così. Pervertire viene da pervertere, rovesciare, stravolgere: una cosa vitale che si gira dalla parte sbagliata e perde la strada. Il desiderio che diventa possesso. La fame di giustizia che diventa godimento per il dolore di qualcuno, e ci fa pure sentire dalla parte giusta. Pensa che perversione.

Ma attenzione a dove la cerchiamo. Non sta solo in chi spacca le vetrine. Sta anche nel governo che chiama ordine la propria sordità, e nella gente per bene che chiama bontà il proprio silenzio. Ognuno ha la sua. Dentro di noi una spinta va verso la vita e il costruire, un'altra verso il disfacimento e il putrido. E la seconda, lo sappiamo benissimo, ci attira.

La rabbia

E poi c'è la rabbia. Quest'anno la mia piazza è stata parecchio movimentata, e la cosa che mi ha stupito di più è il momento in cui arriva. Più apro il cuore, più tocco attimi di pace vera, più il ritorno al mondo mi tira fuori un'incazzatura cosmica. Verso me, verso gli altri, verso tutto. Nasce da un rendersi conto: la distanza tra chi senti di poter essere e chi riesci a essere davvero.

Aggredire viene da ad-gredi, andare verso. L'aggressività è energia con una direzione, ti serve per portare avanti quello che vuoi. La rabbia diventa una perversione dell'aggressività quando si perde: non va più verso niente, e colpisce tutto. Ti sembra forza, ma non è cazzimma, non è coraggio, non è nemmeno forza. È uno sbrodolamento emotivo dell'ego.

E quando ci sei dentro, non ti fermi. Questo i formatori, i guru e gli psicologi dell'ultima ora non te lo dicono. Ti spiegano come bisognerebbe comportarsi, ma quando stai già dicendo la cosa sbagliata a tuo figlio, quando hai già tirato un pugno alla porta di legno massello, lì puoi fare pochissimo. Respirare, cercare di ritrovarti. Chi ti promette di più, secondo me, ti sta vendendo qualcosa.

Dopo

Il lavoro vero comincia dopo. Quando la piazza si svuota e arrivano, a ondate, le camionette del senso di colpa. Che di solito occupano la piazza in tre modi: Ti annientano, e ti convincono che lo sbaglio sei tu, tutto intero. Ti inorgogliscono, e allora tieni il punto, duro, ferreo, e non ne esci più. Ti annebbiano, e non sai più cosa è successo davvero.

In tutti e tre i casi finisci chiuso dentro, tra rancore e mugugno.

Ma prima che arrivino c'è una finestra, piccolissima. Lì si può fare una cosa che sembra niente: tornare in piazza e raccogliere i cartelli in mezzo ai vetri. Perché anche la rabbia è un linguaggio, sguaiato e spesso ingiusto, ma un linguaggio. Cosa c'è dietro? Cosa mi stava chiedendo? Se guardi solo le vetrine, le richieste spariscono.

E poi chiedere scusa. Anche a tuo figlio. Ammettere l'errore, mostrarsi fragili. A volte mostrare la propria fragilità è proprio l'atto di forza che serve per uscire dall'impasse. Quello che è successo non si cancella: si recupera, con umiltà,ammettendo ciò che siamo.

Non è facile, perché c'è un orgoglio pericoloso che ci impedisce di dire ho sbagliato, come se sbagliare fosse la cosa più sbagliata del mondo. Sotto, credo, c'è la paura della morte. Ammettere un errore vuol dire cambiare, e ogni cambiamento è un po' morire. Per questo a volte, proprio quando siamo più fragili, attacchiamo: abbiamo paura di perdere noi stessi.Eppure la morte fa parte della vita.

Cazzo, ho sbagliato. Sono nel torto. Chiedo scusa.

Detto così sembra niente. È una rivoluzione.

La sfera

Quella notte, al Diavolo del mio amico, ho risposto con un'altra immagine. In mezzo a tutto il groviglio c'è una piccola sfera di luce, ferma, senza incrinature. Ogni tanto sprigiona un bianco effluvio, e per un istante tutto è chiaro, calmo,presente. Poi la luce cala, e i tentacoli tornano a contendersi brandelli d'anima. Ma la sfera resta lì. Indefessa.

Per un po' ho creduto che fosse lei la soluzione: tenerla accesa sempre. Adesso non ne sono più così sicuro. Non siamo fatti per stare nella luce, e anche la sfera è un mondo dentro il mondo, con il suo governo e le sue regole. Prima o poi va ribaltata anche lei. C'è sempre una piazza in più.

La presenza, allora, è un'altra cosa. È ascolto di sé. È quello che ti fa vedere chi hai messo al governo, e ti lascia scegliere di nuovo. Quello che ti fa dire: stai vivendo questo, vivitelo, anche la rabbia, anche la merda, fino in fondo. Poi basta, però.

Un popolo fatto di popoli

E questo popolo non vive su un'isola. Ognuno di noi è un popolo, e insieme siamo un popolo fatto di popoli. La rabbia che sento non nasce solo da me: mi attraversa perché sono dentro una collettività, e alla collettività ritorna. Niente di quello che vivo va sprecato, nemmeno la parte che mi fa schifo. Tutto ha un valore, qui e ora.

Di persone che si dicevano illuminate ne ho conosciute tante. Di risolte, nessuna. Non è il nostro compito, essere risolti. Il nostro compito è vivere. La felicità non ha un metodo: capita.

E il ragazzino della foto? Ogni mattina sceglie ancora chi mettere al governo. A volte sbaglia. A volte, la sera, qualcuno nei palazzi legge i cartelli.

Il Diavolo lo sa. E si diverte.

Dio pure.

Per chi vuole andare oltre

  • Ascanio Celestini, La Rivoluzione, dall'album Parole sante (2007): un popolo di disgraziati, ognuno a modo suo, e un capo della polizia che per la prima volta si sente fuori posto.

  • Dante Alighieri, Purgatorio, canto XVII: ogni vizio nasce dall'amore che sbaglia oggetto, oppure misura, troppo o troppo poco.

  • Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere (1920): la pulsione di vita e la pulsione di morte. Le mie due spinte, verso il costruire e verso il putrido, non sono le sue, ma ci risuonano.

  • La medusa cosmica, per l'idea che niente di quello che viviamo vada sprecato:www.zerolaviadelmatto.info/articoli/la-medusa-cosmica

Emanuele Morandi

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Articolo originale: https://www.zerolaviadelmatto.info/articoli/la-piazza-dentro