Qualche giorno fa, con Matteo, ci siamo messi a parlare di carattere. Di quello che ognuno si porta dietro quando entra in una relazione, e di quanto pesa.
Ognuno di noi ha un'energia, ma ognuno di noi ha anche un costo. Quando scelgo di stare con qualcuno, che sia un collega, un amico o la persona che ho scelto come compagna di vita, devo accogliere anche il suo costo energetico. E lui deve accogliere il mio.
Certo, la relazione costruisce una realtà terza, che ha una sua sfera, un suo carattere, un suo modo di stare al mondo. Ma nello stesso tempo io costo.
Quando ho i miei momenti più tristi, tendo a chiudermi. Divento un orso mostaccioso: non ho voglia di parlare con nessuno, anche se in realtà vorrei che tutti mi abbracciassero. Invece li mando via tutti, e mi faccio film pesantissimi e catastrofici sulla vita e sull'esistenza.
Matteo, quando è arrabbiato, alza la voce, borbotta, trova modi di comunicare che diventano invadenti, per richiamare l'attenzione, e resta dentro un pensiero che si ripete in continuazione.
Questo è il nostro costo. Non è il nostro lato negativo. È l'energia che serve a un altro per starci accanto interi, e non solo quando siamo la nostra parte migliore.
Si può crescere, si può lavorare, si può migliorare. Ma ognuno ha il suo bagaglio, e quando si sta insieme il bagaglio lo si porta insieme. È faticoso, perché ognuno ha la sua individualità, i suoi spazi, la sua libertà. Eppure, per stare con qualcuno, bisogna fare i conti anche con questo.
Il rischio è questo. Incontri una persona, e la vedi per la sua parte migliore: la maschera, il fronte, la parte data al pubblico. Simpatica, divertente, intelligente, grandi discorsi, grandi filosofie. Poi un giorno ti risponde male. Un giorno è fredda. Un giorno fa qualcosa che rovina l'armonia che avevate costruito.
Se guardi una persona solo per i suoi aspetti vincenti, a quel punto dici: «Ma come? Tu non eri così. Sei cambiata».
Invece no.
Non è cambiata.
Si è rivelata nella sua completezza.
Perché il costo non è fatto solo delle parti difficili? Perché dentro ci sono le ferite e le vittorie, anche quelle di Pirro, e le piccole umiliazioni che si è costretti a vivere giorno per giorno.
Matteo è una persona saggia, colta, con una grande cultura. Ama la musica e ama trasmettere il suo lato artistico. È un grande ascoltatore. Ma tutto questo fa parte di un insieme che non si può smontare: Matteo non sarebbe Matteo senza le sue ferite, senza il suo dolore, senza le sue caratteristiche, anche fisiche. E io non sarei Emanuele senza tutto quello che sono.
Quando scegli qualcuno, nel conto devi metterci tutto. Non per accettare tutto, ma per non fingere che una parte non esista.
A un certo punto, con Matteo, abbiamo parlato di quei momenti in cui ti accorgi di avere un caratteraccio. Sei aggressivo, antipatico, a volte un po' perfido, a volte un po' viziatello. E mentre lo sei, una voce interiore ti dice che stai sbagliando.
Lo sai mentre sbagli. Lo sai mentre dici la cosa sbagliata, mentre allontani la persona che vorresti vicino, mentre tiri fuori tutta la tua rabbia e gli altri ti dicono «ehi, calmati». Eppure le emozioni, e a volte i sentimenti, che sono un'altra cosa, prevalgono. Come quella timidezza che non ti lascia dire a chi ti piace quello che provi.
Esce un'altra parte di te: la rabbia, l'amore, la perseveranza, il fastidio. Anche questo è carattere.
Il carattere non è solo il costo. È anche il modo in cui uno sceglie di porsi.
Ci sono persone che trovo intollerabili. Sono quelle che dicono: «Io le cose te le dico così, sono schietta, ti dico la verità».
No.
La verità, detta così, non esiste. Qualche certezza assoluta forse sì, ma non è in mano a un singolo essere umano. E se essere schietti significa essere aggressivi, o non saper trovare il modo di comunicare con l'altro, allora, lasciatemelo dire con tutta la schiettezza di cui sono capace:
andate a farvi fottere.
Ecco, appunto. Ci sono cascato anch'io.
Il che dimostra solo una cosa: il carattere ce l'ho pure io, e anche questo fa parte del mio costo. La differenza, forse, sta nel non farne un alibi. Chi dice «io sono fatto così» spesso usa il proprio carattere non per pagare il proprio costo, ma per farlo pagare tutto all'altro.
C'è però anche l'altra parte: il carattere dell'altro va accolto, e ognuno deve scegliere quali costi accollarsi. Puoi accettare che il capo aggressivo ti tratti male, perché tanto ti scivola addosso. Oppure puoi scegliere di non starci dentro. Puoi combattere una battaglia per qualcosa che per te è importante, oppure lasciarla andare.
Anche questo è carattere.
Nell'Analisi Transazionale il copione di vita non è immutabile, ma cambiarlo è difficilissimo. Di solito serve un lungo lavoro su di sé, oppure qualcosa di eclatante: un innamoramento, un trauma. Il corso di una vita nasce dall'intreccio di molte cose: ciò che ereditiamo, ciò che ci accade, il copione che costruiamo e le decisioni che continuiamo a prendere.
Una parte di noi è legata al nostro DNA, all'ambiente in cui siamo cresciuti, alle persone che scegliamo di frequentare. E su quest'ultima cosa qualcosa possiamo farla.
Per come ero cresciuto, per il bullismo che avevo subito, per le sofferenze che avevo attraversato, mi ero convinto che i bulli avessero un po' ragione. Che le persone un po' stronzette, quelle che ti criticano e ti buttano giù, fossero in fondo le più sincere. Così mi circondavo di persone del genere. Le persone buone mi sembravano bonaccione: gentili, sì, ma poco concrete, poco realistiche, perché il mondo è duro.
Stavo male, ero nervoso, diventavo a mia volta stronzetto, a volte bullo io stesso, e non mi piacevo. E se non mi piacevo io, perché avrei dovuto piacere a qualcun altro? Perché qualcuno avrebbe dovuto essermi amico, se io per primo non ci riuscivo?
Poi ho scoperto che era una fesseria. Ho lavorato su me stesso e ho cominciato a trovare il bello negli altri, la bontà nelle persone. E ho capito che la bontà che cercavo negli altri era la mia, che aveva un grande bisogno di riemergere. Questo mi ha aperto il cuore.
Il mio carattere non è cambiato. Si è rivelata un'altra parte di me, che ha preso il sopravvento. Perché noi siamo tanti, non siamo uno. Siamo le mille cose che siamo.
A volte, poi, non è nemmeno una questione di carattere: è rabbia, è tristezza, è un'emozione che passa. E abbiamo solo bisogno di sentirci accolti. Per questo perdonarsi è uno dei modi più grandi per cambiare: riconoscersi, accogliersi, essere.
Mentre parlavamo, Matteo si è commosso. Guardava fuori dalla finestra. Gli ho chiesto cosa fosse successo, e mi ha detto: «Sto pensando a mia mamma». Sua mamma non c'è più da qualche tempo. E ha aggiunto:
«Aveva proprio un bel caratterino».
Era una donna incredibile, con una grande cultura, una grande intelligenza, una bella forza. Sapeva mettere Matteo al suo posto, perché era bella tosta.
Allora ho pensato anche alla mia, di mamma. Anche lei aveva un bel carattere. E forse è stato proprio il suo carattere a farmi diventare un po' quello che sono.
Essere un po' rudi, un po' burberi, un po' ostici non è per forza una cosa negativa. Come quelle nonne che ti rincorrevano col battipanni e di cui conservi un ricordo buono, perché in fondo in fondo erano buone. Non esiste un modo giusto di essere. Essere sempre dolci, accoglienti e perfetti non è per forza il modo migliore. Siamo tutte le emozioni che ci attraversano.
È una questione di carattere.
Emanuele Morandi
Counselor · Educatore · Teatrante
Zero — La Via del Matto
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Articolo originale: Questione di carattere
Chiacchierando con Matteo, un caro amico
Qualche giorno fa, con Matteo, ci siamo messi a parlare di carattere. Di quello che ognuno si porta dietro quando entra in una relazione, e di quanto pesa.
Ognuno di noi ha un'energia, ma ognuno di noi ha anche un costo. Quando scelgo di stare con qualcuno, che sia un collega, un amico o la persona che ho scelto come compagna di vita, devo accogliere anche il suo costo energetico. E lui deve accogliere il mio.
Certo, la relazione costruisce una realtà terza, che ha una sua sfera, un suo carattere, un suo modo di stare al mondo. Ma nello stesso tempo io costo.
Quando ho i miei momenti più tristi, tendo a chiudermi. Divento un orso mostaccioso: non ho voglia di parlare con nessuno, anche se in realtà vorrei che tutti mi abbracciassero. Invece li mando via tutti, e mi faccio film pesantissimi e catastrofici sulla vita e sull'esistenza.
Matteo, quando è arrabbiato, alza la voce, borbotta, trova modi di comunicare che diventano invadenti, per richiamare l'attenzione, e resta dentro un pensiero che si ripete in continuazione.
Questo è il nostro costo. Non è il nostro lato negativo. È l'energia che serve a un altro per starci accanto interi, e non solo quando siamo la nostra parte migliore.
Si può crescere, si può lavorare, si può migliorare. Ma ognuno ha il suo bagaglio, e quando si sta insieme il bagaglio lo si porta insieme. È faticoso, perché ognuno ha la sua individualità, i suoi spazi, la sua libertà. Eppure, per stare con qualcuno, bisogna fare i conti anche con questo.
Il rischio è questo. Incontri una persona, e la vedi per la sua parte migliore: la maschera, il fronte, la parte data al pubblico. Simpatica, divertente, intelligente, grandi discorsi, grandi filosofie. Poi un giorno ti risponde male. Un giorno è fredda. Un giorno fa qualcosa che rovina l'armonia che avevate costruito.
Se guardi una persona solo per i suoi aspetti vincenti, a quel punto dici: «Ma come? Tu non eri così. Sei cambiata».
Invece no.
Non è cambiata.
Si è rivelata nella sua completezza.
Perché il costo non è fatto solo delle parti difficili? Perché dentro ci sono le ferite e le vittorie, anche quelle di Pirro, e le piccole umiliazioni che si è costretti a vivere giorno per giorno.
Matteo è una persona saggia, colta, con una grande cultura. Ama la musica e ama trasmettere il suo lato artistico. È un grande ascoltatore. Ma tutto questo fa parte di un insieme che non si può smontare: Matteo non sarebbe Matteo senza le sue ferite, senza il suo dolore, senza le sue caratteristiche, anche fisiche. E io non sarei Emanuele senza tutto quello che sono.
Quando scegli qualcuno, nel conto devi metterci tutto. Non per accettare tutto, ma per non fingere che una parte non esista.
A un certo punto, con Matteo, abbiamo parlato di quei momenti in cui ti accorgi di avere un caratteraccio. Sei aggressivo, antipatico, a volte un po' perfido, a volte un po' viziatello. E mentre lo sei, una voce interiore ti dice che stai sbagliando.
Lo sai mentre sbagli. Lo sai mentre dici la cosa sbagliata, mentre allontani la persona che vorresti vicino, mentre tiri fuori tutta la tua rabbia e gli altri ti dicono «ehi, calmati». Eppure le emozioni, e a volte i sentimenti, che sono un'altra cosa, prevalgono. Come quella timidezza che non ti lascia dire a chi ti piace quello che provi.
Esce un'altra parte di te: la rabbia, l'amore, la perseveranza, il fastidio. Anche questo è carattere.
Il carattere non è solo il costo. È anche il modo in cui uno sceglie di porsi.
Ci sono persone che trovo intollerabili. Sono quelle che dicono: «Io le cose te le dico così, sono schietta, ti dico la verità».
No.
La verità, detta così, non esiste. Qualche certezza assoluta forse sì, ma non è in mano a un singolo essere umano. E se essere schietti significa essere aggressivi, o non saper trovare il modo di comunicare con l'altro, allora, lasciatemelo dire con tutta la schiettezza di cui sono capace:
andate a farvi fottere.
Ecco, appunto. Ci sono cascato anch'io.
Il che dimostra solo una cosa: il carattere ce l'ho pure io, e anche questo fa parte del mio costo. La differenza, forse, sta nel non farne un alibi. Chi dice «io sono fatto così» spesso usa il proprio carattere non per pagare il proprio costo, ma per farlo pagare tutto all'altro.
C'è però anche l'altra parte: il carattere dell'altro va accolto, e ognuno deve scegliere quali costi accollarsi. Puoi accettare che il capo aggressivo ti tratti male, perché tanto ti scivola addosso. Oppure puoi scegliere di non starci dentro. Puoi combattere una battaglia per qualcosa che per te è importante, oppure lasciarla andare.
Anche questo è carattere.
Nell'Analisi Transazionale il copione di vita non è immutabile, ma cambiarlo è difficilissimo. Di solito serve un lungo lavoro su di sé, oppure qualcosa di eclatante: un innamoramento, un trauma. Il corso di una vita nasce dall'intreccio di molte cose: ciò che ereditiamo, ciò che ci accade, il copione che costruiamo e le decisioni che continuiamo a prendere.
Una parte di noi è legata al nostro DNA, all'ambiente in cui siamo cresciuti, alle persone che scegliamo di frequentare. E su quest'ultima cosa qualcosa possiamo farla.
Per come ero cresciuto, per il bullismo che avevo subito, per le sofferenze che avevo attraversato, mi ero convinto che i bulli avessero un po' ragione. Che le persone un po' stronzette, quelle che ti criticano e ti buttano giù, fossero in fondo le più sincere. Così mi circondavo di persone del genere. Le persone buone mi sembravano bonaccione: gentili, sì, ma poco concrete, poco realistiche, perché il mondo è duro.
Stavo male, ero nervoso, diventavo a mia volta stronzetto, a volte bullo io stesso, e non mi piacevo. E se non mi piacevo io, perché avrei dovuto piacere a qualcun altro? Perché qualcuno avrebbe dovuto essermi amico, se io per primo non ci riuscivo?
Poi ho scoperto che era una fesseria. Ho lavorato su me stesso e ho cominciato a trovare il bello negli altri, la bontà nelle persone. E ho capito che la bontà che cercavo negli altri era la mia, che aveva un grande bisogno di riemergere. Questo mi ha aperto il cuore.
Il mio carattere non è cambiato. Si è rivelata un'altra parte di me, che ha preso il sopravvento. Perché noi siamo tanti, non siamo uno. Siamo le mille cose che siamo.
A volte, poi, non è nemmeno una questione di carattere: è rabbia, è tristezza, è un'emozione che passa. E abbiamo solo bisogno di sentirci accolti. Per questo perdonarsi è uno dei modi più grandi per cambiare: riconoscersi, accogliersi, essere.
Mentre parlavamo, Matteo si è commosso. Guardava fuori dalla finestra. Gli ho chiesto cosa fosse successo, e mi ha detto: «Sto pensando a mia mamma». Sua mamma non c'è più da qualche tempo. E ha aggiunto:
«Aveva proprio un bel caratterino».
Era una donna incredibile, con una grande cultura, una grande intelligenza, una bella forza. Sapeva mettere Matteo al suo posto, perché era bella tosta.
Allora ho pensato anche alla mia, di mamma. Anche lei aveva un bel carattere. E forse è stato proprio il suo carattere a farmi diventare un po' quello che sono.
Essere un po' rudi, un po' burberi, un po' ostici non è per forza una cosa negativa. Come quelle nonne che ti rincorrevano col battipanni e di cui conservi un ricordo buono, perché in fondo in fondo erano buone. Non esiste un modo giusto di essere. Essere sempre dolci, accoglienti e perfetti non è per forza il modo migliore. Siamo tutte le emozioni che ci attraversano.
È una questione di carattere.
Emanuele Morandi
Counselor · Educatore · Teatrante
Zero — La Via del Matto
Vieni a visitare gli articoli di Zero — La Via del Matto e scopri i miei percorsi.
Articolo originale: Questione di carattere
